C’era un’Ombra che sembrava il cavallo di giada degli scacchi, con il collo arcuato, la lunga testa leggermente allargata nel punto dove avrebbero dovuto esserci le froge.
C’era un’Ombra che pareva un rapace in volo, con le ali spalancate, il capo abbassato tra le punte divaricate, come se scrutasse una lunga pianura dove la preda vagava e brucava.
La terza Ombra, che guidava le prime due, era una suonatrice di flauto, con il viso girato di tre quarti, il profilo ridotto solo al naso appiattito e al mento appuntito ma lo strumento era ben visibile, insieme con il gomito piegato e con parte dell’avambraccio.
Nascevano da una fioca lampadina appesa a mezz’aria.
A lui piaceva la luce sfumata, viveva in un eterno crepuscolo.
Ma, improvvisamente, le note del flauto si fecero rapide e ossessive, il cavallo verde degli scacchi iniziò a scalpitare sullo sfondo chiaro della parete, mentre il rapace si librava sempre più in alto, come se il soffitto si aprisse al cielo.
Ora la suonatrice di flauto zoppa avanzava ondulando i fianchi ossuti e nudi.
Le ombre volevano carne fresca, di qualità speciale e lui gliela avrebbe data.
Da “Il killer delle ombre”

